Ci lasciamo per la pausa natalizia con un consiglio per la lettura, che magari ci aiuti a strutturare meglio i propositi per l’anno venturo. L’invito è a riflettere su cosa si cela dietro il successo dell’edutainment e sul perché la formazione ricorre sempre più insistentemente ai giochi (di ruolo, interattivi e via discorrendo) per riuscire a catturare l’attenzione dei discenti.
Già nel 1939, Johan Huizinga, storico e pensatore olandese, nel suo libro Homo Ludens scriveva: “ … la cultura nasce in forma ludica, la cultura è dapprima giocata. Anche quelle attività che sono indirizzate alla soddisfazione dei bisogni vitali, come per esempio la caccia, nella società arcaica assumono la forma ludica. Nei giochi e coi giochi la vita sociale si riveste di forma soprabiologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Questo non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura, nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco, viene rappresentata in forme e stati d’animo ludici. In tale dualità-unità di cultura e gioco, gioco è il fatto primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente: la cultura non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico al dato caso”.
Cosa significa giocare, oggi, per un adulto del terzo millennio? Cosa si nasconde dietro il successo dei videogiochi e della cultura di quello che Jessie Cameron Hertz, studiosa di videogame e autrice del libro Joystick Nation, chiama il “popolo del joystick”? In America è boom per il settore, che sempre più guarda oltre il puro intrattenimento e sconfina nell’ambito della formazione. In sostanza c’è una gran voglia di giocare, di evadere, di divertirsi. Perché?
Analizzando il fenomeno gioco Huizinga indica che un gioco è anzitutto e soprattutto un atto libero. Se i giovani imparano giocando, simulando in piccolo le dinamiche complesse della realtà, per gli adulti il gioco è una funzione superflua, resa bisogno solo quando il desiderio la rende tale. Il gioco non è imposto da una necessità fisica, può essere posposto e rimandato in qualsiasi momento, tanto meno viene inteso come dovere morale. Per come è sempre stata concepita, la funzione ludica è un ozio, relegato al dopo il lavoro. Solo quando gli si attribuisce una funzione culturale, incorpora anche concetti come dovere, compito e impegno.
Se la prima caratteristica del gioco è la libertà, la seconda che ne consegue è che esso non è la vita “ordinaria”, vita “vera”. Il gioco serve proprio per allontanarsi da questa ed entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria.
Se riconduciamo queste premesse al fenomeno dei serious game o dell’edutainment, notiamo come questi in fondo siano una forzatura del gioco come atto libero, come fuga dalla realtà. Allora come mai il gioco resta una molla importante per riuscire a trasferire competenze, contenuti?
La ragione sta forse nel come le persone percepiscono il momento ludico: hanno comunque l’illusione che sia una fuga dalla realtà, dalle responsabilità del lavoro. Una sorta di sospensione del reale, una tregua. E dietro ogni fuga c’è una repulsione: si fugge dalla noia, da una professione che non piace, da un ambiente lavorativo pesante.
Il successo del gioco in ambito formativo potrebbe proprio nascondere questa insoddisfazione? Le persone non si divertono più, si sentono insicure nell’ambiente che le circonda, ergo perdono passione per l’attività che svolgono e cercano rifugio in un’altra dimensione. Cercano la possibilità di affinare le loro capacità, di accrescere la propria sicurezza di sé in un mondo mediato.
Con i Simulatori Comportamentali il giocatore ha modo di vedere la propria realtà lavorativa trasfigurata in gioco, di mettersi alla prova con esso e di recuperare il gusto per le sfide che la sua professione gli riserva. Se riesce a divertirsi di fronte al video, a consolidare la fiducia nelle proprie capacità, farà ritorno alla realtà con maggiore consapevolezza e motivazione.
Come buon proposito per l’anno nuovo guarderemo allora con maggior assiduità alla concetto di “passione” e alle potenzialità che essa apre quando anima le persone.
Auguri!